L’evasione è indecente ma al sistema fiscale serve un buon repulisti
Beppe Severgnini,
Vorrei informare Vincenzo Visco che, all'aeroporto Logan di Boston, ho appena pagato il lungo noleggio di un'automobile con 3 mila dollari in contanti, salutando così una bella fetta del mio compenso di professore a contratto. L'impiegato di «Dollar Rent-A-Car» non ha chiamato la polizia, come ipotizzava il viceministro («Se in America provate a pagare in contanti l'albergo, chiamano l'Fbi»), ma soltanto la navetta per portarci al check-in. Per il resto, Visco ha ragione: «L'evasione fiscale qui in Italia è di massa» e «la possibilità di verifica dei comportamenti dei contribuenti è un prerequisito di qualsiasi amministrazione che funzioni». Chi nega questo, vive sulla luna (senza partita Iva), o è in malafede. Poiché l'osservazione in queste notti d'estate non rivela un insolito affollamento di contribuenti italiani sul satellite, propendo per la seconda soluzione.
Parlare di «Grande Fratello Fiscale» è comico: provate a dire una cosa del genere, in America, e vi ridono in faccia. L'Irs (Internal Revenue Service, www.irs.gov) mette il naso dovunque, e tutti - anche chi detesta l'amministrazione in carica, e l'uso che fa dei soldi pubblici - lo considerano normale. Il dovere fiscale è alla base del patto sociale. La rivoluzione americana è cominciata di lì, e negli Usa se lo ricordano benissimo. Il problema è che anche noi italiani ci ricordiamo dove affondano le radici dei nostri comportamenti: in un'arcaica diffidenza nell'autorità straniera, nei suoi motivi e nei suoi metodi. Oggi l'autorità è italiana, ma noi non siamo cambiati. Solo 55.733 contribuenti (su 40,2 milioni) dichiarano più di 200 mila euro. Poi uno va in ferie, e vede distese di barche favolose e file di auto lussuose. Tutti albanesi di passaggio? Non credo.
Cos'ha fatto, finora, il fisco italiano per scoraggiare gli evasori? Ha creato una nebulosa di norme e tanti, complicati, asfissianti (e teorici) controlli. In questo modo ha punito i lavoratori autonomi corretti e i malcapitati con uno stipendio. E ha fornito agli altri la scusa per continuare a evadere. Se aggiungete un'intelligenza pronta, una coscienza elastica e un condono probabile, capite come siamo arrivati dove siamo arrivati. Un milione di imprenditori, commercianti e professionisti racconta al fisco di percepire meno di 500 euro al mese. Se è una barzelletta, non fa ridere.
Queste cose, però, le sappiamo tutti: dal ministro (che le dice) ai milioni di mini, medi e maxi-evasori (che privatamente le ammettono e publicamente le negano). Per raggiungere un minimo di decenza fiscale - una cosetta da Paese civile, non si chiede di più - bisogna perciò inventarsi qualcos'altro. Per esempio, un patto nuovo tra fisco e contribuenti. E deve partire da un repulisti. Bisogna sbaraccare il pazzesco sistema fiscale esistente: ormai, non si divertono più neanche i commercialisti. Vogliamo copiare l'America? Facciamolo, allora. Poche regole chiare, un'imposizione fiscale intorno a un terzo del reddito. Si paga meno, si paga tutti, si sta tranquilli. Ma se si sgarra, guai. Negli Usa, se uno prende 100 e dichiara 20, non trova dieci politici che gli danno corda, parlando di «Grande Fratello Fiscale»: va in galera.
Ripeto: prima, però, bisogna sbaraccare. L'esistente è vecchio, goffo, controproducente. Sapete perché i ragazzi italiani non svolgono lavoretti estivi, come tutti i coetanei americani? Perché il potenziale datore di lavoro non può pagarli in contanti e senza formalità: quindi, non li assume. Ci pensi, professor Visco. Se vogliamo imitare l'America, facciamolo. Bene, però.
dal Corriere della Sera del 24 agosto 2006