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Italia fanalino di coda: staccata da Germania, Inghilterra e Francia

Produttività e prosperità, innovazione e progresso: due coppie che con i loro movimenti tra incontri e rimbalzi segnalano lo stato di grazia di un paese. In Italia, con la produttività e l’innovazione che non godono di buona salute, prosperità e progresso languono.
L’indice di produttività, piatto a partire dal 2000, non sale perché non riceve spinta sufficiente dal cambiamento tecnologico, dall’innovazione e dalla liberalizzazione dei mercati dei prodotti e del lavoro.

Il deficit di innovazione è visibile nel Global Innovation Index 2007, pubblicato dall’Insead e dal World Business Magazine.
L’Italia occupa la ventiquattresima posizione, nettamente staccata dagli altri grandi dell’Unione Europea (Germania al secondo posto, Regno Unito al terzo e Francia al quinto) e, rispetto alle due potenze economiche emergenti in Asia, preceduta dall’India (23ma in graduatoria) e seguita dalla Cina (ventinovesima). Alla costruzione dell’indice contribuiscono la creazione di conoscenza e di ricchezza, con quest’ultima che scaturisce dalla capacità di mettere in azione la prima, trasformandola in nuovi prodotti, servizi e imprese.

Qualche acuto osservatore potrebbe controbattere che quelli sulla produttività e sull’innovazione sono dati tanto soft da preparare fondamenta di sabbia su cui vengono poi edificate apparentemente solide elaborazioni tanto sofisticate quanto lontane dalla realtà. Produttività e prosperità, innovazione e progresso sono, invero, due coppie che, seppur sottoposte a valutazioni quantitative che si vorrebbero obiettive, appaiono fortemente dipendenti da comportamenti soggettivi che coagulano, intorno alle due coppie, ora consenso ora dissenso sociale.

Quando il consenso ha prevalso, come tra gli anni Cinquanta e Sessanta , l’Italia ha prodotto una generazione imprenditoriale di successo: quella che ha concepito, realizzato e portato in tutto il mondo il made in Italy. Oggi, con il dissenso che ha la meglio, il paese incontra tanti e alti ostacoli ad ogni tentativo di innescare un processo per ricreare l’economia imprenditoriale: questa volta non sulle macerie del dopoguerra, ma sui nuovi algoritmi dell’età della conoscenza quando tante province della scienza convergono per formare il mondo dei business Nibc - nanotecnologie, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, biologia e scienze cognitive.

Al pari di quella che l’ha preceduta, la nuova economia imprenditoriale è uno stile di vita ancor prima che una macchina da soldi. Purtroppo, il deficit di consenso intorno ad abiti mentali inclini alla creatività, all’innovazione e al rischio è foriero di gravi malanni che, dal 2000 ad oggi, hanno gonfiato i costi unitari del lavoro del 33 per cento, molto più che Germania, seconda piazzata, dopo gli Usa, nella graduatoria dell’innovazione. 

Piero Formica - Denaro.it




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